In provincia di Cosenza un gruppo di over ottanta si iscrive alle elementari
Per salvare la scuola anche i nonni in classe
Ma il governo tira dritto
Frida Nacinovich
Non è mai troppo tardi. In trenta, tutti
con ottanta e più primavere alle spalle,
si sono iscritti alle scuole primarie, cioè
alle vecchie scuole elementari. Non
hanno scoperto la fonte dell’eterna giovinezza,
non voleranno nello spazio
come i loro coetanei di Cocoon. Più
semplicemente vogliono difendere la
scuola dei loro nipoti. Un piccolo istituto,
che con la “riforma” Gelmini verrà
cancellato per numero insufficiente
di alunni. Non sopravviverà al nuovo
che avanza made in Berlusconi & c.
Benvenuti ad Acquaformosa, piccolo
comune italio-albanese della provincia
di Cosenza, 1.200 anime in tutto, per lo
più attempate. Perché i nonni tornano,
i figli emigrano per lavorare, i nipoti
studiano per non avere il destino dei
padri. Certo, se però chiudono la scuola
le cose si complicano.
Troppi pochi alunni per una scuola elementare.
Che pure, in un piccolo paese-
comune è luogo di ritrovo al pari dell’oratorio.
Già nel 2006, la chiusura della
scuola era stata scongiurata con
un’identica mobilitazione. Dodici residenti
dagli ottant’anni in su, analfabeti
o semianalfabeti, avevano accettato di
iscriversi. Appunto avevano pensato
che non è mai troppo tardi. Siamo alle
solite. Oggi il sindaco, Giuseppe Manoccio,
invita il presidente della Regione
Calabria, Agazio Loiero, a ricorrere
contro le decisioni del governo. «La
chiusura della scuola - dice Manoccio -
è un’evenienza da evitare per diversi ordini
di motivi. Oltre al fatto che il nostro
è un comune arbereshe da tutelare
anche in base alla normativa, c’è da
considerare che, negli anni scorsi, si sono
investite risorse per il plesso e altri finanziamenti
sono in corso d’opera.
Chiudere sarebbe una contraddizione».
Cartoline da un paese che si mobilita
per salvare la sua scuola elementare. Un
altro fiore nell’Italia delle cento manifestazioni
a difesa di una scuola pubblica
che funzioni, continui ad essere ben valutata
- come è ora - nelle classifiche europee
del settore. Studenti, insegnanti e
genitori hanno manifestato anche nel
giorni di ognissanti a Roma, Milano,
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Torino e in molte altre città contro la
legge Gelmini. Il Popolo delle libertà tira
dritto, anche se il ministro Ignazio La
Russa alla fine deve ammettere: «Il governo
ha sempre comunicato benissimo
su tutti i temi: dall’Ici ai rifiuti di
Napoli. Sulla scuola abbiamo avuto
una defaillance. Questo è il motivo di
tante proteste. Ad esempio quelle degli
studenti universitari che non sono minimamente
toccati dalla riforma». Ma
da quella che sta per arrivare sì. Perché
dopo il 137 non c’è il 138 ma il 133,
quello che dalle anticipazioni della Finanziaria
taglia i fondi ordinari a università
e ricerca per circa un miliardo e
mezzo di euro complessivi.
Il governo tira dritto. Ma qualcuno si
preoccupa. Umberto Bossi, ad esempio,
che per altro la prende alla lontana.
«A me sembra il ’68. Le stesse cose di
oggi avvennero allora». Subito dopo il
ministro delle Riforme suggerisce di
«intervenire sull’università e trovare i finanziamenti
adatti». Convinca Tremonti,
lui che del superministro dell’economia
è amico di vecchia data. Da
parte sua Roberto Maroni avverte che
gli studenti che occupano scuole e università
saranno denunciati. «Se ci saranno
illeciti ci saranno denunce». Insomma
linea dura, cosa che per il titolare
del Viminale sta diventando un’abitudine
pericolosa. Per gli studenti. Perché
il governo continua a dare la sua personalissima
versione dei fatti su quanto
accaduto mercoledì scorso fuori dal Senato.
Mentre l’assemblea di palazzo
Madama dava l’ok definitivo alla legge
Gelmini, gli studenti protestavano pacificamente
e il “blocco studentesco”
dal cuore nero mostrava i muscoli. Ma
non sono stati loro a cominciare, si sono
solo difesi (con spranghe, cinghie,
mazze, manganelli e braccia tese), ribadiscono
quelli del Popolo delle libertà.
Non è vero, ma il governo fa finta di
niente. L’Italia protesta, ma il governo
fa finta di niente.
Dall’opposizione, le ultime notizie raccontano
di una prossima raccolta di firme
in vista di un referendum abrogativo.
Una battaglia di medio periodo,
sulla quale all’interno del Pd si discute.
Perché se il segretario Veltroni è convinto
di avere detto la cosa giusta, le minoranze
interne mugugnano. Da quelle
parti altro che maestro unico. Ma nelle
scuole e nelle università si va avanti.
Sempre più spesso in modo intelligente.
Perché i giovani del 2008 sono bravi,
così bravi da convincere anche i loro
nonni a lottare per salvare la scuola.
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