Lezione di Storia ricordando Peppino Impastato


Ottobre 9, 2008 in Tempo
Foto Inaugurazione


Acquaformosa (CS) - Lezione di Storia. L’intitolazione di un Parco, realizzato dal Comune di Acquaformosa in una piccola area ricavata nel quartiere delle case popolari, a Peppino Impastato, è stata l’occasione per fare memoria di un periodo storico, quello che va dal 1968 al 1978, teatro di grandi cambiamenti sociali.Un’iniziativa simbolica ma pregna di significati, suggellata dalla presenza del fratello di Peppino, Giovanni che ieri, come oggi, in Calabria, come fa da tempo in tutt’Italia ha testimoniato il suo impegno antimafia. L’intitolazione del Parco - ha spiegato Giovanni Manoccio, sindaco di Acquaformosa, è stata votata all’unanimità dal Consiglio comunale. La scelta è stata effettuata perchè “Impastato ha rappresentato la ribellione della società civile”. A differenza di tanti caduti sotto il piombo della mafia, “lui non era un servitore dello Stato”. Nostalgico il pensiero di Manoccio: prima c’erano i partiti, oggi c’è la massificazione del pensiero. Oggi “mancano gli anticorpi politici” e “aumenta il livello di povertà”. Il Parco “Peppino Impastato” vorrà essere, dunque, un faro per illuminare le giovani coscienze della cittadina del Pollino. “Un’iniziativa esemplare di un sindaco esemplare”, la definisce il prof. Alfonso Lorelli, ex dirigente nazionale di Democrazia Proletaria, il partito in cui anche Peppino Impastato militò. Esemplare perché secondo Lorelli la società italiana è attraversata dal tentativo di eliminare la memoria di anni splendidi (’68-’78) durante i quali vi furono le battaglie di studenti e operai. Poi venne il reflusso con il terrorismo e l’assassinio di Peppino Impastato. Gli anni di piombo, come vengono chiamati, hanno voluto “criminalizzare il dissenso sociale”. Lorelli non ha dubbi: “Peppino Impastato aveva una forza interiore per il dovere di combattere e per le ingiustizie”. Ed ancora: “La mafia e le Brigate rosse avevano l’obiettivo di destrutturare lo Stato. Toccare la mafia significa toccare gli interessi del potere”. Ad Adriano D’Amico, della Consulta nazionale Immigrati di Rifondazione comunista è toccato il compito di richiamare l’effetto devastante dell’attività della mafia sull’economia e sullo sviluppo. Il suo riferimento è stato ai mafiosi col pc, a quelli che determinano i flussi monetari, a chi controlla gli investimenti pubblici per dire che attualizzare il pensiero di Peppino Impastato significa anche, oggi giorno, ritrovare gli strumenti che egli, “uno di noi, un uomo del Sud” usava per lottare, il giornale e la radio. All’apprezzamento per l’iniziativa, il presidente della Provincia di Cosenza, Mario Oliverio ha aggiunto il significato dell’initolazione di un Parco a Peppino Impastato: “Significa - ha detto l’amministratore - trasmettere alle nuove generazioni un filone importante di una storia travagliata, quella della lotta alla criminalità e della libertà sostanziale”. Una battaglia “combattuta come una missione” da Peppino Impastato. Oggi, ha poi rilevato Oliverio, “la mafia ha compiuto un salto di qualità: è quella che controlla la finanza e i traffici di droga”. “Che ha una capacità pervasiva” incredibile che richiede un diverso approccio nella lotta alla mafia. “Le Istituzioni possono essere promotrici di una consapevolezza e di formazione della cultura della legalità. Governare risorse pubbliche richiede regole chiare per gli appalti e per l’emersione del lavoro nero”. Altrimenti si fa “esercizio di antimafia di vetrina, di facciata”. Per concludere che “il potere antimafia non è invincibile”.Giovanni Impastato conclude il dibattito al quale hanno partecipato amministratori (presente pure il consigliere provinciale Biagio Diana) e cittadini anteponendo a tutto la Costituzione italiana di cui quest’anno ricorre il 60° anno di vita. Peppino, invece, è morto, assassinato dalla mafia, trent’anni fa e in suo nome il fratello precisa che “se vogliamo parlare di legalità, il nostro riferimento non può che essere la Costituzione italiana perché lì c’è la dignità umana, c’è l’uomo”. Impastato è attaccato alla Costituzione. Questo forte riferimento lo aveva già fatto a Saracena dove, nei mesi scorsi, aveva partecipato ad un’iniziativa analoga di Sinistra giovanile. Ma il taglio storico reso al dibattito di Acquaformosa dal prof. Lorelli lo spinge a rivedere il periodo in cui è maturato il delitto Impastato. A fare memoria della storia, “perché senza memoria non si può costruire il futuro”. La storia dell’impegno di Peppino Impastato, spiega anche ai numerosi giovani presenti nell’atrio delle scuole elementari adibito per l’occasione ad auditorium e a sala proiezioni dove al termine sfileranno le scene de “I Cento passi”, inizia proprio a metà degli anni Sessanta. Per molti, allora, la mafia non esisteva. Era impossibile parlarne. D’altro canto vi era un forte movimento contadino, uno dei più grandi d’Europa. Impastato ha ripreso il tema dello stragismo, già avanzato da Lorelli, che “ha bloccato il rinnovamento” e ha ricordato come l’area del Belice fu antesignana nel rivendicare i diritti sociali e la Pace. Lì venne svolta la prima marcia pacifista contro la guerra in Vietnam. In quel periodo maturava il giovane Peppino Impastato, un grande comunicatore ma anche un grande artista, fotografo ed ecologista, già a quei tempi. Lui decise di rompere in maniera radicale prima con la famiglia, col papà mafioso. “La mafia - fa rilevare Giovanni Impastato - è un problema culturale. La cultura mafiosa è radicata dentro di noi, per vincerla dobbiamo rompere dentro di noi”. Lo aveva detto già molto bene Alfonso Lorelli: “La mafia va combattuta dentro di noi e fuori di noi. Facciamo la rivoluzione culturale”. E fu proprio quella che fece Peppino Impastato, che ruppe con la famiglia e poi si ribellò alle ingiustizie che avvenivano nel piccolo impero di Cinisi, in provincia di Palermo, dov’era nato e dove combattè la mafia attraverso un giornalino e la famosa Radio Aut, emblema delle radio libere degli anni Settanta. Ma Giovanni Impastato ad Acquaformosa non ripercorre solo la Storia. Lui tiene a precisare che a volte, combattere la mafia significa anche attuare “la disobbedienza civile pacifista”. Non tutte le leggi, vuole dire e lo fa chiaramente, sono giuste. Non tutte le leggi portano con sè il rispetto della dignità umana richiamato esplicitamente dalla Costituzione. E poi, non tutte le leggi vengono applicate. Ad esempio la Legge 109 sulla confisca dei beni ai mafiosi, continuità dei decreti Gullo e della Legge Rognoni-La Torre, quella legge, dice Giovanni Impastato “viene boicottata dalle Istituzioni”. Il fratello di Peppino è impegnato attivamente nella lotta alla mafia: il Centro Impastato fa parte di Libera, l’associazione che lotta contro le mafie e che ha dato vita ad una cooperativa, Libera Terra, che lavora le terre confiscate ai mafiosi. Poi c’è il Movimento dei senza casa, che proprio in questi giorni a Palermo ha fatto parlare di sé e che vuole occupare le case dei “padrini”. Un altro pezzo di antimafia è esercitato dal movimento “Addio pizzo”. Infine,
Giovanni Impastato, rievoca quel tragico 9 maggio del 1978. Quando venne ritrovato il cadavere di Aldo Moro e venne ucciso Peppino. Dalla Commissione parlamentare antimafia emersero una serie di omissioni e di responsabilità che furono, purtroppo, reiterate nel corso degli anni a danno della vita di magistrati, tra i quali Giovanni Falcone, che volevano fare luce su quell’omicidio che alcuni avrebbero voluto liquidare come un incidente o addirittura come frutto di un atto terroristico messo in atto da Peppino Impastato. Ma la storia, anche questa, ha restituito la verità e Peppino è diventato un eroe moderno che non muore mai.


Home