I Cistercensi: la fondazione di Citeaux
Ci furono anche diversi tentativi di ristabilire nella sua integrità la Regola benedettina, alla quale i cluniacensi avevano apportato troppe innovazioni. Il più importante di questi tentativi fu quello che ebbe come iniziatore l'abate Roberto di Molesme. Questi, dopo essere stato abate di Saint Michel de Tonnère, entrò in relazione con un gruppo di eremiti che, edificati dalla sua santità di vita, gli chiesero di diventare la loro guida spirituale. Abbandonata la carica di abate di Saint Michel, si trasferì, quindi, con i suoi discepoli a Molesme, dove fondò un eremo. I primi anni furono duri e difficili, quanto quelli che lo stesso abate Roberto M. Lemonnier, op. cit., 234 ed i suoi seguaci desideravano, poi la gente, conscia dell'estrema povertà in cui vivevano gli eremiti, cominciarono a ricolmarli di doni fino a far diventare Molesme un eremo ricchissimo. L'abate Roberto lo fece osservare ai compagni e fece capire loro che, se intendevano praticare veramente la Regola benedettina, dovevano procurarsi cibo e vestiti col proprio lavoro. Non tutti compresero la lezione e l'abate Roberto lasciò Molesme e si ritirò con altri monaci ad Aux, dove si trovava un'altra comunità eremitica. La partenza dell'abate provocò un terremoto a Molesme. La disciplina andò rilassandosi ed anche le offerte diminuirono. L'abate Roberto fu pregato di ritornare a Molesme. Probabilmente vi fece ritorno nel 1093. Nell'eremo non riuscì più a far rispettare l'antica Regola, così, spinto anche da altri monaci, tra cui Alberico, dopo 5 anni decise di lasciare nuovamente l'eremo di Molesme. I monaci ingordi, consapevoli che la partenza dell'abate Roberto avrebbe nuovamente fermato le donazioni dei fedeli, fecero scoppiare un grande tumulto che sfociò in vero e proprio scontro fisico. Il monaco Alberico fu picchiato e imprigionato. Ma i disordini non servirono a nulla, l'abate Roberto si recò dall'Arcivescovo di Lione per chiedergli ed ottenere l'approvazione a lasciare Molesme. L'abate Roberto ed i monaci che con lui avevano lasciato l'eremo, si misero alla ricerca di un posto dove fondare una nuova abbazia. Lo trovarono non lontano da Digione, in una zona solitaria: Citeaux. L'Exordium parvum ordinis Cisterciensis, che racconta le origini dell'abbazia di Citeaux descrive con grande dovizia di particolari il sito in cui si decise di fondare l'abbazia. "Era un posto desolato che non offriva nessuna risorsa. Il bosco selvaggio ed inaccessibile era dimora di animali selvatici". Il visconte di Beaume, Rainardo, a cui quel territorio apparteneva, con il consenso del duca di Borgogna, Oddone IÀ, lo donò volentieri ai monaci. Il 21 marzo 1098, gli sfollati di Molesme vi si stabilirono: l'abbazia di Citeaux era fondata. Dopo appena un anno l'abate Roberto, supplicato dall'arcivescovo di Lione, che per l'occasione aveva convocato anche un concilio ad Anse nel 1099, fece ritorno a Molesme, già alla deriva spirituale. Dopo la partenza di Roberto, fu eletto abate di Citeaux Alberico, uno dei più accaniti sostenitori della rigida osservanza della Regola benedettina. Alberico come prima mossa inviò due monaci a Roma per porre l'abbazia sotto la protezione della Santa Sede. Il papa Pasquale IIÀ con una bolla del 19 ottobre 1100 accondiscese senza esitazione alla richiesta. L'abbazia era definitivamente fondata con l'approvazione papale: l'ordine dei nuovi monaci fu chiamato Cistercense dall'antico nome di Citeaux:, Cistercium.

La regola cistercense
Quando i futuri cistercensi lasciarono Molesme, lo fecero con l'idea di fuggire dal benessere in cui si viveva in quell'eremo. Di conseguenza, la prima caratteristica del nuovo ordine fu la pratica della povertà assoluta. I monaci avevano portato da Molesme il solo breviario, l'occorrente per celebrare la messa ed il minimo indispensabile per la loro sopravvivenza. In un primo tempo l'abate Alberico non scrisse una nuova regola ma si limitò a codificare i comportamenti che, ripetuti nel tempo dai monaci, erano dagli stessi considerati obbligatori; riunì i monaci, come vuole la regola benedettina, ed assieme deliberarono quanto l'"Exordium parvum" ci ha tramandato: "Questo abate ed i suoi confratelli, ricordando le loro promesse, risolvettero quindi all'unanimità di stabilirsi in quel luogo e di osservare la regola di San Benedetto, abbandonando tutto ciò che fosse contrario a questa regola, ossia le tonache, i pellicciotti, le stoffe leggere, i cappucci e le mutande, i pettini e le coltri, le guarnizioni del letto, le varietà nei cibi in refettorio, persino il grasso e tutto ciò che è contrario alla purezza della regola". Disposero quindi tutto il loro tenore di vita in stretta conformità alla regola, tanto nelle cose ecclesiastiche quanto nelle altre osservanze. Spogliati dell'uomo vecchio, godevano di essersi rivestiti del nuovo. E siccome non leggevano nella regola o nella vita di san Benedetto che questo stesso maestro avesse posseduto chiese ed altari, offerte e sepolture, decime da altri uomini, nè forni, mulini, fondi, contadini, e così pure che le donne potessero entrare nel monastero, nè che egli vi avesse sepolto defunti, eccetto la sorella, ricusarono tutte queste cose dicendo: il beato padre Benedetto, insegnando che il monaco deve rendersi estraneo alle consuetudini secolaresche, rivela chiaramente con ciò che queste cose non devono esistere nelle azioni e neppure nel cuore dei monaci. Questi, fuggendole, devono giustificare l'etimologia del loro nome ... " . Per vivere pienamente la regola di san Benedetto, i cistercensi procedettero alla riforma degli abiti e dell'alimentazione. L'abito cistercense si comporrà unicamente di una tunica di lana greggia, di colore bianco, e di un cappuccio di uguale stoffa e colore. Il letto sarà un semplice pagliericcio con un cuscino, anch'esso di paglia. Riguardo alle abitudini alimentari i cistercensi furono molto severi: niente carne e grasso, il pasto si comporrà al massimo di due portate, una libbra di pane e un po' di frutta. I monaci stabilirono, in accordo con la regola benedettina, di non avere in beneficio nè chiesa, nè cappella, nè cimitero, nè forno, nè mulino, nè possessi feudali, nè decime. Per questo fondarono i loro monasteri lontano dalle città, in mezzo alle foreste, che essi dissodarono, o in mezzo alle paludi, che essi bonificarono con il lavoro delle proprie mani, altra caratteristica peculiare dell'ordine. Ritornarono alla regola benedettina anche per quel che riguarda la vita spirituale. Epurarono le celebrazioni liturgiche da tutte quelle aggiunte fatte dai monaci cluniacensi, dettero nuovamente importanza alla preghiera individuale e alla meditazione.

San Bernardo Alberico fu abate di Citeaux sino al 26 gennaio 1108, quando morì. Suo successore fu l'inglese Stefano Harding. Questi fu un continuatore del lavoro intrapreso dal suo predecessore. Nonostante l'alone di santità che circondava i primi abati di Citeaux, il nuovo ordine stentava ad imporsi, i novizi erano pochissimi. La svolta si ebbe nel 1112 quando, accompagnato da una trentina di compagni, entrò nel monastero di Citeaux il giovane Bernardo. "A cominciare da questo giorno Dio benedisse talmente Citeaux che questa vite del Signore portò i suoi frutti ed estese i suoi tralci sino al mare ed anche oltre". Così diceva Guglielmo di Saint-Thierry, amico e biografo di colui che diventerà il grande santo cistercense. Con l'arrivo del futuro San Bernardo non solo la storia dell'ordine, ma l'intera storia ecclesiastica del secondo quarto del secolo XIIÀ si raccoglierà attorno alla sua prodigiosa personalità. Egli era nato a Fontaine-les-Dijon nel 1090 da una antica e nobile famiglia borgognona. Fin da giovane visse, sia pure senza essere riuscito ad evitare amicizie pericolose, in modo pio. La sua entrata a Citeaux ad appena 22 anni non fu frutto di una folgorazione improvvisa, ma fu il coronamento della sua condotta di vita.Già nel 1113 Citeaux fu invasa da numerosissimi giovani che chiedevano di entrare nel noviziato attratti dalla figura di San Bernardo. L'afflusso fu così grande che l'abate Harding decise di fondare un nuovo monastero ove potessero trovar posto una parte di essi. La prima filiale di Citeaux fu La Ferté (Saone et Loire) la cui chiesa, dedicata alla Madre di Dio come tutte le chiese appartenenti ai monasteri dell'ordine, fu consacrata il 17 maggio 1113. L'anno seguente fu fondata la filiale di Pontigny (Yonne), nel 1115 furono fondate altre due, quella di Clairvaux (Aube) -- che San Bernardo direttamente fu incaricato di organizzare e di cui divenne abate a soli 25 anni ed alla quale sarà legato in modo particolare tanto da passare alla storia con il nome di San Bernardo di Chiaravalle -- e quella di Morimond. Queste abbazie, hanno tutte un aspetto familiare, perchè la spiritualità di San Bernardo ha loro imposto, per così dire, la pianta, l'altezza, il decoro. A ovest sorge la casa riservata ai fratelli conversi, che guarda verso le officine e verso la radura; a sud l'ala riservata ai monaci; a est c'è il giardino, a nord la chiesa e il cimitero. Al centro il chiostro quadrato, quadrato come è immaginata la città di Dio, con i suoi quattro lati che simboleggiano i quattro fiumi del paradiso, i quattro evangelisti, le quattro virtù cardinali. Questo piccolo spazio ad un tempo è protetto dal mondo e dà vita ad un mondo nuovo. Nel chiostro il monaco passeggia e medita, la processione sfila, l'abate la sera, riunisce i monaci per la lettura e l'istruzione; si tratta di un sermone interamente spirituale, privo di ogni artificio retorico, di ogni orpello, semplice e spoglio come le colonne e i capitelli del chiostro.
LA CARTA CARITATIS
Questo rapido sviluppo dell'ordine pose gravi problemi all'abate Stefano Harding il quale oltre a controllare che la regola non subisse alterazioni nelle nuove abbazie, doveva creare un'organizzazione tale da far rimanere aggregate all'abbazia-madre le abbazie-figlie. Per risolvere tali questioni l'abate Stefano scrisse lo statuto d'unione dell'ordine cistercense: la "Carta caritatis". Questa Carta, approvata dai suoi confratelli e dal papa Callisto IIÀ con una bolla del 23 dicembre 1119 rappresenta, la nuova costituzione dell'ordine. Ciò che caratterizzava l'organizzazione stabilita con la Carta Caritatis era il decentramento. La Carta prevedeva che le abbazie-figlie dovevano essere unite a quella madre solo da un vincolo di paterna carità. L'abate di Citeaux, pur restando il padre di tutto l'ordine, non esercita attività diretta se non sulle abbazie-figlie sue. Le elezioni degli abati delle singole abbazie saranno libere e l'abate dell'abbazia madre e quelli delle altre abbazie figlie si limiteranno solo al potere di vigilanza. Le abbazie derivate da una stessa abbazia-madre si assisteranno vicendevolmente. Le abbazie-madri vigileranno sulle abbazie-figlie, viceversa, anche Citeaux sarà soggetta al controllo delle quattro abbazie sue filiali. L'organismo supremo dell'ordine cistercense è il Capitolo generale annuale, che si svolgeva ogni anno a Citeaux e a cui tutti gli abati dei monasteri dovevano partecipare. In quella sede si promulgavano decisioni, si dirimevano liti, si davano le linee guida per il regolare svolgimento della vita nei cenobi dell'ordine. La "Carta caritatis" conteneva anche un'innovazione che interessava la vita della Chiesa nel suo insieme, la fondazione di un monastero non poteva avvenire senza il consenso del vescovo ordinario del luogo . Dopo la redazione del nuovo statuto, l'ordine cistercense ebbe uno sviluppo progressivo; soltanto da Clairvaux -- vivente San Bernardo -- scaturirono 68 nuove fondazioni .
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