I Cistercensi in Calabria
Una delle abbazie-figlie di Clairvaux fu quella di Santa Maria della
Sambucina di Luzzi, in Calabria. Sulla derivazione diretta dell'abbazia,
comunemente detta della Sambucina, da Clairvaux non tutti gli storici
si sono trovati d'accordo. Da taluni la derivazione diretta fu affermata
in base a scelte acritiche, da altri fu negata basando le conclusioni
su documenti che in seguito sono stati ritenuti falsi. Solo recentemente
il De Leo ha confutato tutte le precedenti teorie ed ha dimostrato
che la Sambucina è abbazia-figlia di Clairvaux, eretta quando
San Bernardo era ancora vivo. Prima di questi recenti studi, la maggior
parte degli storici faceva della Sambucina una figlia dell'abbazia
di Casamari nel Lazio. A trarre in inganno questi studiosi è
stata l'affermazione di Luca Campano, dal 1193 al 1202 abate della
Sambucina e poi sino al 1224 arcivescovo di Cosenza, il quale, nel
suo breve profilo di Gioacchino da Fiore, ricorda il fondatore dell'ordine
florense come "figlio della Sambucina figlia di Casamari".
Da qui il passo successivo, di identificare la Sambucina come filiazione
di Casamari, fu breve. In realtà la soggezione dell'abbazia
calabrese a quella laziale fu successiva. Correva l'anno 1184 quando
un grande terremoto sconvolse tutta la Val di Crati seminando morte
e distruzione. Il cataclisma danneggiò gravemente anche la
Sambucina tanto da imporre la sua ricostruzione. Alla sua riedificazione
concorsero in maniera determinante anche i monaci di Casamari. Probabilmente
per questo motivo papa Celestino III°, con un privilegio del 6
maggio 1192, riconobbe a Casamari la supremazia sull'abbazia della
Sambucina. La ricostruzione storica più attendibile parte dalla
contrapposizione che esisteva tra San Bernardo ed il re normanno nella
cui giurisdizione ricadeva la Calabria, a causa di un contenzioso
sorto intorno alla successione al soglio pontificio. Alla morte del
papa Onorio III° furono eletti due papi, Innocenzo II° e Anacleto
II°. Quest'ultimo, appoggiato dalla maggioranza dei cardinali,
chiese aiuto al normanno Ruggero II°. Innocenzo II° aveva
dalla sua parte il re Lotario di Germania, ma soprattutto Bernardo
di Chiaravalle, che nel sinodo di Etampes del 1130, si schierò
decisamente a suo favore. San Bernardo si schierò contro Anacleto
II° sia perchè di discendenza ebraica -- e gli ebrei anche
nel medioevo non erano molto stimati -- sia perchè proveniva
da Cluny, monastero che San Bernardo detestava a causa delle grandi
ricchezze lì accumulate e per lo spirito di mondanità
con cui vivevano quei monaci. Solo nel 1139 con la pace di Mignano,
e comunque dopo la morte di Anacleto II°, si venne a capo della
controversia. Innocenzo II°, accettato da tutti come unico papa
, riconobbe a Ruggero il titolo di re di Sicilia e la giurisdizione
su tutta l'Italia meridionale. Dopo queste vicende non è da
escludere che San Bernardo abbia scritto a Ruggero una lettera con
la quale si congratulava per essere stato riconosciuto re di Sicilia.
Dopo di che Ruggero invitò San Bernardo a fondare un monastero
nelle sue terre. Sicuramente i desideri dei due coincidevano: da una
parte San Bernardo voleva allargare i confini del suo apostolato,
dall'altra re Ruggero con la venuta dei cistercensi perseguiva due
scopi suoi e di tutti i normanni: la rilatinizzazione della Calabria
invasa ormai da monaci basiliani di rito greco, e lo sfruttamento
economico delle zone montane in cui aveva intenzione di far nascere
il monastero. Gli unici documenti che testimoniano lo stanziamento
dei cistercensi in Calabria sono alcune lettere dello stesso San Bernardo.
Queste lettere, quattro in totale, furono indirizzate, le prime tre,
a Ruggero re di Sicilia, la quarta all'abate Amedeo, incaricato da
San Bernardo di trasmettere un suo messaggio agli ambasciatori del
re di Sicilia, che si trovavano nel sud della Francia per accompagnare
in Italia Elisabetta, figlia del conte di Champagne, promessa sposa
al primogenito del re di Sicilia. Sebbene nessuna delle lettere sia
datata, da alcuni riferimenti in esse contenute si è potuto
stabilire con precisione la data di fondazione dell'abbazia della
Sambucina, essa è avvenuta nel 1141 grazie ad una donazione
fatta da Goffredo di Loritello, cugino del re Ruggero, conte di Catanzaro.
L'abbazia di Santa Maria di Acquaformosa sopra
L'abbazia della Sambucina fu madre di numerose altre abbazie. Il Marchese
da una piccola pergamena che porta la data del 1507 proveniente dalla
Sambucina (per molti storici è un documento falso), ricava
un elenco delle abbazie filiali che i monaci della Sambucina fondarono
tra il 1157 e il 1220. Dalla pergamena si ricava che le abbazie figlie
della Sambucina sono state . Tre di queste sono ubicate in Sicilia:
la prima è Santa Maria di Novara, detta anche della Nucaria,
in diocesi di Messina, fondata nel 1172; la seconda è l'abbazia
di Santo Spirito a Palermo; la terza è quella di Santa Maria
di Roccadia, presso Lentini, in diocesi di Siracusa. Una è
ubicata in Lucania: Santa Maria del Sagittario, in diocesi di Anglona.
Una nelle Puglie: Santa Maria del Galesio in diocesi di Taranto. Sei
sono le filiali calabresi: Santa Maria di Corazzo nei pressi di Carlopoli;
Santissima Trinità de Ligno Crucis in territorio di Corigliano;
Sant'Angelo del Frigilo a Mesoraca; Santa Maria delle Terrate a Rocca
di Neto; Santa Maria di Leucio o di Acquaformosa in diocesi di Cassano.
Il Bedini, altro storico cistercense contemporaneo, invece, enumera
solo sei filiazioni, le tre sorte in Sicilia, quella fondata in Puglia,
e due in Calabria: Santa Maria di Santo Leucio di Acquaformosa e Sant'Angelo
del Frigilo. Allo stato degli studi storici non è possibile
affermare con precisione quante e quali furono le filiazioni della
Sambucina, solo di alcune di esse la storia ci ha tramandato una memoria
precisa. Sotto il governo di Luca Campano, che si protrasse dal 1193
al 1203, data della sua elezione alla cattedra arcivescovile di Cosenza,
la comunità della Sambucina nel 1195 diede vita all'abbazia
di Santa Maria di San Leucio o di Acquaformosa. Non sempre la data
di fondazione del 1195 ha trovato tutti d'accordo. La maggior parte
degli studiosi del fenomeno propende per il 1197, e su questa data
insistono gli storici Cottineau, Manrique, Rodotà, Marchese
e Bedini; lo storico dell'ordine cistercense Leopoldus Janauschek
nel tomo I° dell' "Originum Cisterciensium" sposta la
data al 1196; il Lubin, il Martire e l'Ughelli propendono per il 1195,
altri per il 1193 ed infine padre Francesco Russo10per il 1191. Il
rinvenimento degli "Excerpta a martirologio manuscripto coriaceo..."
presso gli archivi vaticani, insieme ad un più approfondito
esame storico dei fatti e dei personaggi del tempo, hanno contribuito
a stabilire che la fondazione dell'abbazia di Acquaformosa risale
al 1195. Nel documento sono elencati tutti coloro i quali hanno contribuito
alla fondazione del monastero ed alla formazione della sua prima cospicua
dote. Oltre ai già citati Ogerio e Basilia11, Signori di Brahalla,
sono nominati Rinaldo o Rainaldo de Vasto o de Guasto, altro signore
di Brahalla, Ugo, vescovo di Cassano, ed altri feudatari di Orsomarso,
di Cassano, di Castrovillari, di Morano, di Galatro. Questi benefattori
venivano introdotti nella comunità e chiamati confratelli,
anche se poi effettivamente non vivevano nel monastero e non diventavano
monaci, con un rituale che, nella formula impiegata a Santa Maria
di Acquaformosa, ci è stato tramandato nello stesso documento:
"Per la santa ed indivisibile Trinità e della beata Maria
sempre Vergine e di tutti i santi da Dio posti come protettori in
questo monastero e per tutti i servi di Dio dell'ordine nostro, ti
concediamo di entrare nella nostra società, affinchè
tu abbia parte nelle veglie e nei salmi, nelle preghiere, nelle elemosine,
e in ogni beneficio che si faccia in questo santo monastero e in tutti
i luoghi che appartengono all'ordine nostro, affinchè Dio visiti
l'anima tua, ti conceda una vita migliore, ti aiuti in questa vita
a fare quelle opere con vera penitenza, e buona confessione ti assolva
dai peccati di questa vita, e Dio ponga l'anima tua in pace con i
suoi santi, e ti doni la requie eterna, dove tu possa godere con noi
per tutti i secoli dei secoli. Amen".
Il patrimonio del monastero sopra
La forma architettonica del monastero ci è sconosciuta. Argomentando
una tesi dello storico Caruso, non è da escludere che il monastero
avesse forme comuni con quello della Sambucina e di San Giovanni in
Fiore. In tutti i casi i monasteri cistercensi erano noti per la grande
semplicità delle linee. I monaci non avevano nessuna preoccupazione
di adornare le loro chiese ed i loro monasteri. Introdotta la volta
a botte spezzata, non si preoccupavano di vestire la nudità
che ne derivava, con forme architettoniche, qualunque esse fossero,
per seguire fedelmente i concetti di San Bernardo circa la severità
degli edifici ecclesistici. Se la forma del monastero era povera,
il patrimonio dello stesso era ricco. Tutte le donazioni sono raccolte
nel diploma di dotazione conservato nell'Archivio di Stato di Napoli
(O, Sez. IV, N. 723, F. 192v)14. Oltre alla delimitazione dei confini
delle proprietà terriere, nel diploma sono nominate due chiese
che entrano a far parte del patrimonio dell'abbazia: la Chiesa di
santa Maria del monte e la Chiesa di Santa Maria di San Leucio.Della
Chiesa di Santa Maria di San Leucio nessun altro documento fa menzione:
è ipotizzabile che l'abbazia sia stata edificata su una vecchia
Chiesa, dalla quale prese il nome. Al contrario la Chiesa di Santa
Maria del Monte si può ancora oggi ammirare. Così recita
il diploma di dotazione: "Per gratuita e libera volontà
doniamo e concediamo la Chiesa di Santa Maria di San Leucio con tutti
i suoi tenimenti e le sue pertinenze. Questa tenuta ha tali confini
ed è separata da queste particelle e proprietà: inizia
dal Vallone Galatro sulla via pubblica che conduce da Lungro a San
Donato e sale per il vallone al tenimento di Santa Maria del Monte
la cui chiesa con ogni proprietà e pertinenza doniamo e in
perpetuo concediamo alla stessa Chiesa di Santa Maria di Leucio. Il
predetto tenimento è esteso fino a Serra di Costantino dov'è
la miniera di ferro, che allo stesso monastero concediamo e doniamo:
e discende discende dal fiume Grondo e poi fiume fiume fino alla via
di Santo Donato. Quindi sale al casale di Belluri, e passa in mezzo
al Farneto fino via del vallone di Realiva [Rialbo] e come discende
l'acqua dal predetto vallone e porta ad un confine [di transito] a
piedi alla selva Serra e corre fino alla strada che viene da Brahalla
sotto la fine di Carbonello: e sale per predetta via e si congiunge
alla via di Lungro: e come corre la predetta via per di sotto San
Leone e perviene al Galatro dove inizia e termina il tenimento di
questa chiesa che ti doniamo". Ma quella che, a dire del Marchese,
fu l'abbazia più ricca delle filiali della Sambucina in un
breve spazio di tempo si arricchi potentemente grazie a nuove e ricche
donazioni. Il più munifico con l'abbazia di Acquaformosa fu
senz'altro Federico II, re di Sicilia, Duca delle Puglie e Principe
di Capua. Il sovrano illuminato, con un diploma dato a Palermo nel
1206, donò all'abate dei cistercensi del Monastero di Santa
Maria di Acquaformosa l'isola di Dino e la Chiesa di San Pietro de
Grasso in tenimento di Scalea e Mercurion. Con altro diploma del settembre
1206 lo stesso sovrano conferma ai cistercensi di Acquaformosa i territori
e la miniera di ferro nelle vicinanze di Lungro in Calabria e tutte
le altre donazioni fatte da Ogerio e Basilia, col diritto di libero
pascolo e di una salma di sale ogni settimana dalle Saline di Brahalla
Con diploma del luglio del 1224, Federico II°, che intanto poteva
fregiarsi del titolo di imperatore, conferma la donazione della Chiesa
di San Pietro de Grasso, indicando i confini del terreno alla stessa
appartenente, e concede l'utilizzazione dell'acqua per i molini che
si sarebbero costruiti . Grande fonte di ricchezza del monastero di
Acquaformosa era la proprietà di numerose grance. Queste erano
delle vere e proprie aziende agricole dove lavoravano monaci e conversi,
tutte le figure economiche della produzione, dall'imprenditore al
lavoratore manuale, erano alle dipendenze dell'abate. Secondo il Casalnuovo
lo stesso imperatore nel 1227 concesse al monastero di Acquaformosa
la grancia di San Leonardo di Sassone nei pressi di San Basile, di
cui sono visibili ancora i ruderi. Il Russo enumera altre due grance
nel territorio di Castrovillari che appartenevano all'abbazia di Acquaformosa:
la prima aveva il titolo di San Giorgio ed è ricordata nella
Platea vescovile del 1491. Se ne ignorano le vicende e l'ubicazione.
La seconda è San Pietro in Frascineto, già monastero
greco, che passò in epoca imprecisata alle dipendenze del cenobio
cistercense. Le donazioni furono talmente cospicue che una carta del
1227, riportata dal Pratesi, ne segna i confini che andavano dal territorio
dell'attuale scalo di Spezzano Albanese al territorio di Belvedere
Marittimo. E' chiaro che non tutti i territori ricadenti tra queste
due .linee di confine appartenevano all'abbazia, ciononostante il
patrimonio accumulato dal cenobio acquaformositano era considerevole.
La parte di territorio feudale più consistente, che apparteneva
all'abbazia era quello compreso tra il torrente Galatro e i monti
della Mula. Alcuni studi, non confortati, però, da documenti
inconfutabili, sono giunti alla conclusione che anche il Santuario
della Madonna del Pettoruto sia stato eretto su iniziativa dei monaci
di Acquaformosa. Il Barillaro ne indica anche la data di erezione:
il 1274, il Perrone afferma che fin dal 1226 il Santuario del Pettoruto
era una grancia dell'abbazia di Acquaformosa. L'importanza che il
monastero aveva assunto venne riconosciuta già nel 1204 dal
papa Innocenzo III° che con bolla del 6 febbraio affiancò
il suo abate a quello di Corazzo e al Vescovo di Martirano per l'esecuzione
di un contratto di permuta tra l'Arcivescovo di Cosenza e l'abate
dell'abbazia di San Giovanni in Fiore. Questo incarico è sintomatico
del prestigio che in così pochi anni aveva assunto il cenobio
di Acquaformosa.
Biblioteca e reliquie sopra
Altro segno di ricchezza del monastero fu probabilmente la sua biblioteca.
Nessuna traccia si è rinvenuta in tal senso, pur tuttavia,
con ragionevole sicurezza, si può presupporre che il monastero
di Acquaformosa, come gli altri monasteri cistercensi, aveva una biblioteca
importante. Ai cistercensi spetta il merito di aver conservato e trascritto
numerosi codici antichi. Tale attività, vietata in un primo
tempo dallo stessa San Bernardo -- il quale ribadiva che "Pietro,
Andrea, i figli di Zebedeo e i loro compagni non sono stati scelti
in una scuola di retorica o di filosofia, ed è tuttavia per
loro tramite che il Salvatore ha compiuto l'opera di salvezza"
-- solo in un secondo momento fu intrapresa sistematicamente nei monasteri
dell'ordine e contribuì ad arricchire le biblioteche delle
stesse abbazie. Gabriele Barrio nel "De antiquitate et situ Calabriae"
segnala un'altra grande ricchezza del monastero di Acquaformosa, le
reliquie ivi custodite. Secondo il Barrio nel monastero di Acquaformosa
erano custodite le reliquie della veste di Cristo e della Beata Vergine
Maria, le reliquie degli Apostoli Tommaso, Giacomo, Simone, Giuda
e Filippo, le reliquie di San Giovanni Battista e di tanti altri santi.
Si presume che complessivamente il monastero di Acquformosa conservasse
le reliquie di più di cento santi. Ogni reliquia era posta
in un reliquiario. Solo diciasette reliquiari sono pervenuti fino
ai giorni nostri e sono custoditi nella Chiesa della Concezione. Poche
altre cose sono sfuggite alla razzia dei sacrileghi, ma di grande
interesse storico, artistico e spirituale: la statua lignea della
Madonna della Badia di autore ignoto, due dipinti raffiguranti due
santi monaci, probabilmente San Benedetto e San Bernardo, e una grande
tavola raffigurante l'Assunzione della Vergine, opera del pittore
senese Marco Pino.
La decadenza sopra
La decadenza del Monastero di Acquaformosa non fu un fatto casuale
ed improvviso, ma si deve inserire in un contesto di degrado generale
che, per quel che riguarda i Cistercensi, si acuirà con la
morte di Luca Campano avvenuta nel 1222. Spesso gelosie o anche condotte
poco edificanti furono oggetto di controversie tra monasteri cistercensi.
Il Capitolo generale nel 1217 fu costretto a chiedere agli abati della
Sambucina e di Corazzo di risolvere il contenzioso con l'abate della
SS. Trinità de Ligno, che aveva denunciato l'abate di Acquaformosa
per detenzione illegale di cose che appartenevano al suo monastero.
Anche nel 1225 il Capitolo generale si dovette interessare dell'abate
di Acquaformosa, che aveva presenziato all'elezione irregolare dell'abate
del monastero di SS. Trinità de Ligno senza sollevare l'infrazione.
A questi problemi interni si aggiunsero anche gli attacchi esterni:
infatti, le ricchezze accumulate dall'abbazia di Acquaformosa facevano
gola ai nobili locali, che cercarono in tutti i modi di appropriarsene.
Nel 1269 dovette correre in aiuto del monastero di Acquaformosa il
re Carlo D'Angiò. Il sovrano ordinò che il monastero
non fosse molestato nel possesso dei casali di Callistro e di Galatro.
Nel 1275 poi comandò che gli fossero versate le decime.. Nonostante
tutto, l'abbazia di Acquaformosa conservò per almeno un altro
cinquantennio una solida floridezza economica. Nel 1324 viene tassata
per un'oncia d'oro, 23 tarì e 8 grani: questa tassa, abbastanza
alta, fa supporre che il cenobio fosse ancora ricco. Un increscioso
avvenimento accadde tra il 1352 e il 1353. Lo stesso papa Innocenzo
VI° dovette incaricare il vescovo di Cassano di perseguire Nicola
di Altomonte, monaco cistercense di Acquaformosa, il quale falsificando
alcuni documenti, si fece affidare l'amministrazione dei beni dell'abbazia.
Nel 1410 il re Ladislao ordinò la restituzione al monastero
dei beni sottratti durante le recenti guerre. Con diploma del 5 aprile
1426 il re Ludovico III° conferma all'abate di allora, Pietro
de Matteo, le concessioni fatte da Federico II° . Ancora nel 1426
il re Ludovico III° conferma la concessione di una salma di sale
di 8 tomoli dalla salina di Altomonte, con una pensione di 12 once
annue. Lo stesso re Ferdinando nel 1475 ordinò la restituzione
dei beni all'abate dei cistercensi di Acquaformosa, in conformità
alla Bolla di Sisto IV° del 3 maggio 1475.
La commenda
Nel 1490 l'abbazia veniva concessa in commenda. L'istituto della commenda
ecclesiastica, che originariamente era stato usato con molta cautela
per sopperire temporaneamente alla vacanza di titolari di diocesi
o di altri benefici ecclesiastici, andò sempre più diffondendosi
con finalità diverse da quelle originarie. Divenne, infatti,
un modo per garantire ad alti prelati il governo e, spesso, lo sfruttamento,
dei patrimoni dei monasteri. La commenda per molti monasteri fu un'autentica
iattura in quanto gli abati commendatari lungi dall'aver interesse
per il bene comune si preoccuparono di sfruttare al meglio le laute
prebende beneficiarie. Per il monastero di Acquaformosa l'introduzione
della commenda non provocò più danni di quanti già
non avessero causato i rapaci signorotti locali.Per sopperire alla
vacanza dell'abate, il monastero di Acquaformosa per la prima volta
fu concesso in commenda, con Bolla di Gregorio XII°, del 1°
giugno 1408 a Marino del Tocco, vescovo di Teramo, al quale fu confermata
con bolla del 31 maggio 1412. Ma si trattò di un provvedimento
provvisorio che cessò con la morte del commendatario. Alla
morte di Francesco di Carraria, ultimo abate regolare, il monastero
fu definitivamente concesso in commenda. Commendatario fu nominato
il chierico napoletano Carlo de Cioffis, che ne fu provvisto con Bolla
del 3 aprile 1490, resa esecutiva dal Re Ferrante, con lettera del
6 maggio al Vescovo di Cassano e al Luogotenente di Calabria, Luigi
Lull.
L' abbazia nei secoli XVI - XVII - XVIII sopra
Nel 1514 il re Cattolico ordina al luogotenente di stanza in Calabria
di difendere l'abate del monastero di Acquaformosa gravemente provato
dall'ultima guerra. Addirittura nel 1543 papa Paolo III° ordina
al vescovo di Rieti di minacciare e infliggere la scomunica ai detentori
dei beni del monastero di Acquaformosa . La decadenza era ormai inarrestabile,
una ricognizione del monaco Boucherat Nicolaus, procuratore generale
dell'ordine cistercense, del 1561 traccia con chiari tratti la situazione
del cenobio di Acquaformosa: "Ormai i suoi edifici sono in pessime
condizioni ed in stato di avanzato degrado, la Chiesa è priva
di tabernacolo, vi vivono a stento sei monaci che, due mesi dopo la
visita, se ne allontanarono ". Ancor più degradata è
la situazione che descrive Cornelius Pelusio Parisio, monaco cistercense,
presidente dell'omonima congregazione di Calabria e di Lucania, in
un resoconto che fece durante la sua visita alle abbazie cistercensi
del Regno di Napoli avvenuta tra il 1597 e il 1599. Il Pelusio dell'abbazia
di Acquaformosa traccia due descrizioni, l'una positiva, che riguarda
la natura del luogo di ubicazione del cenobio, "eretto sulla
cresta di un contrafforte tra le valli del Fiumicello e del Grondo,
risponde perfettamente al significato del nome", l'altra desolante,
che riguarda la destinazione degli edifici dell'abbazia che erano
abitati da privati e, addirittura, adibiti ad alcove per prostitute.
Una descrizione dell'abbazia del 1650 ad opera di Marcello Terracina
ci mostra una certa ripresa dell'attività monastica. Gli edifici
sono mantenuti con decoro. Il Terracina riporta una descrizione architettonica
dell'abbazia di estremo interesse. Ad Acquaformosa sembra si delinei
l'immagine della Domus abatialis, che pare essere stata innovata in
forme cinquecentesche. Contigua al "monastero quadrangolare unito
con la chiesa", viene descritta come "un palazzo grande
con stanze dodici di sopra e di sotto altre sette, ed una loggiata
con spazio grande" .La ripresa di vitalità del monastero
coincise con l'adesione, avvenuta nel 1633, alla congregazione che
riuniva tutti i monasteri cistercensi della Calabria e della Lucania.
Questa congregazione fondata nel 1570 fu riformata ed approvata nel
1632 dal papa Urbano VIII e prese il nome di "Beatae Mariae Virginie
totius Regni Neapolitani". All'interno della Congregazione il
monastero di Acquaformosa assunse grande importanza tant'è
che quattro presidenti di tale congregazione furono monaci del cenobio
acquaformositano: Cesare Ricciuto, Fancesco Longo, Domenico Buffune
e Matteo Brancaccio .
La soppressione e la fine sopra
La ripresa, però, fu effimera e non riuscì ad invertire
la tendenza che inesorabilmente stava portando alla rovina il monastero
cistercense. L'avidità dei signorotti locali nello spazio di
un secolo ebbe la meglio, riuscirono a trafugare persino le pietre
dei muri del monastero. In un disegno dell'inizio del 1800 vengono
tratteggiate solo le rovine dell'abbazia un tempo così fiorente.
Infine la sciagurata politica del dominatore francese ne decretò
la fine giuridica. In questo periodo 1100 monasteri e conventi presenti
nel Regno di Napoli furono soppressi. Il monastero di Acquaformosa
subì tale sorte con il decreto del 13 febbraio 1807. Il giurista
e storico locale Vincenzo Capparelli così concludeva la sua
ricerca sull'antico cenobio: E come tutti i monasteri, anche di quello
dei Cisterciensi di Acquaformosa s'impossessò la Potestà
civile, confiscandone persino le campane, giusta il documento autentico
che qui riproduco: "Oggi lì 22 aprile 1813 in Acquaformosa:
Noi Leandro Capparelli Sindaco del Comune, Domenico Rossano e Padre
Paolo Cirsosimo incaricato dei demanii dal Signor intendente della
Provincia, dietro la domanda ricevuta dalla Sottodirezione d'Artiglieria
sulle calabrie dell'8 agosto 1810 e altra del 19 ottobre 1811 relative
alla devoluzione delle Campane al Regio arsenale di Artiglieria di
terra, ci siamo conferiti al luogo detto Monastero dei Cistercensi
del comune suddetto, e ci abbiamo fatta la consegna delle Campane
e ferro". Ed è alla data del 22 aprile 1813 che si può
associare la fine del monastero di Santa Maria di San Leucio o di
Acquaformosa.
Il monachesimo interessò il cristianesimo sin dalle sue origini.
Durante i primi secoli dell'era cristiana questo stile di vita era
praticato da pochi individui, divenne un fenomeno importante a partire
dal IV secolo. Infatti, Costantino, divenuto unico imperatore romano
nel 324, pose fine alle feroci persecuzioni contro i cristiani,
si convertì e diede il riconoscimento ufficiale al cristianesimo
. Da quel momento il cristianesimo non soltanto era tollerato, ma
era colmato di privilegi; il popolo si convertiva in massa, spesso
superficialmente, i potenti si fecero cristiani a imitazione dell'imperatore
più che per convinzione personale; molti ecclesiastici fecero
carriera, interessandosi più del potere politico che di Dio.
All'epoca delle persecuzioni il martirio si presentava come la grazia
suprema. Da Costantino in poi ciò non era più possibile.
In questo contesto la "fuga dal mondo" appare come la
condizione migliore per accedere alla vita perfetta. Così
San Girolamo assimila al martirio di sangue il "martirio quotidiano"
di una vita di rinuncia e di mortificazione per amore di Dio. Per
fuggire l'avvilimento spirituale di un ambiente di tiepidezza molti
uomini hanno ricercato, per amore di Cristo, la bruciante solitudine.
La vita solitaria, il digiuno, la meditazione, la preghiera e l'imitazione
delle virtù di Cristo conducono al distacco dal peccato ed
alla perfezione interiore. Altro elemento fondamentale del monachesimo
fu l'esercizio del silenzio. Soprattutto con il silenzio si può
sentire Dio. A tal proposito si racconta che un giorno ad un monaco
fu chiesto di dire qualcosa di edificante ad un pellegrino di rango.
"Se il pellegrino non è stato edificato dal mio silenzio,
tanto meno lo sarà dalle mie parole", fu la sua risposta.
Questi asceti furono chiamati monaci (dal greco monos, solo), anacoreti
(dal greco anachorein, ritirarsi), eremiti (dal greco eremos, deserto).
Il rappresentante più noto del monachesimo delle origini,
a carattere essenzialmente individuale, fu senz'altro Sant'Antonio
Abate, vissuto tra il III ed il IV secolo, e al quale la tradizione
ha conferito l'appellativo di "padre dei monaci". Contemporaneamente
al monachesimo eremitico, nacque anche il monachesimo cenobitico
(dal greco coinos bios = vita comune) . Il monachesimo cenobitico
fu qualcosa di completamente diverso da quello eremitico quanto
a struttura e ad organizzazione. Gli eremiti vivevano nella maggior
parte dei casi in solitudine, talvolta però succedeva che
qualche eremita, in odore di santità, veniva raggiunto da
altri eremiti con i quali condivideva alcuni momenti del suo tempo.
Queste comunità di eremiti erano disorganizzate e basate
sullo spontaneismo. Al contrario, il monachesimo cenobitico ebbe
fin dalle origini una propria struttura accuratamente studiata.
I monaci conducevano vita comune ispirandosi ad una "regola"
che stabiliva le norme per la preghiera, la penitenza, la disciplina,
l'abito, il lavoro. Alla castità e alla povertà, che
facevano parte del patrimonio dell'esperienza eremitica, i cenobiti
aggiunsero anche l'obbedienza come condizione della stessa vita
comune. L' avvento del monachesimo cenobitico è legato al
nome di san Pacomio, mentre il suo progresso e la sua affermazione
sono legati a quello di san Basilio. Soprattutto il monachesimo
cenobitico ben presto giunse anche in Europa. In Italia il personaggio
più importante del cenobitismo fu San Benedetto da Norcia.
Egli nacque nel piccolo borgo .
umbro tra il 480 e il 490: ancor giovane si ritirò in una
grotta vicino a Subiaco, nel Lazio, ove visse per tre anni in completa
solitudine. Successivamente, visto che erano numerose le persone
che, attratte dal suo stile di vita, gli chiedevano di vivere con
lui, decise di tentare un' esperienza di vita monastica in comune
e organizzata. Tale sua idea trovò realizzazione nel monastero
di Montecassino, da lui fondato nel 529. Il primo problema affrontato
da San Benedetto fu quello di stabilire una serie di norme a cui
tutti i monaci dovevano attenersi: nacque così la "Regola"
di San Benedetto. Questa Regola, che la tradizione ha sintetizzato
nel motto "Ora et labora" (Prega e lavora), si basava
sui principi evangelici della carità e della fraternità.
San Benedetto stabilì, inoltre, che i monaci dovevano vivere
in comune una medesima forma di vita sotto un unico superiore, l'abate,
che rappresentava il Cristo . San Benedetto non tendeva a formare
asceti, che nella solitudine ricercavano e trovavano la perfezione,
bensì egli mirava a creare una comunità regolata da
una disciplina monastica attuabile anche da persone comuni. L'abbazia
benedettina diventa un modello di società ideale in mezzo
al turbamento dell'alto medioevo e contemporaneamente la culla di
tante oasi di carità e di pace in Europa. Su tale modello
furono fondati molti altri monasteri tra cui Camaldoli e Vallombrosa
in Italia, Fulda in Germania, San Gallo in Svizzera, Cluny in Francia.Una
menzione particolare merita il monastero di Cluny che fu fondato
tra il 909 e il 910 in Francia dal duca di Aquitania e conte di
Macon, Guglielmo il Pio. Ispirandosi alla Regola benedettina il
monastero di Cluny diede vita ad un nuovo ordine benedettino riformato,
che si impone in tutta l'Europa; alla fine del secolo X° si
contano 1200 monasteri che si ispirano al monastero cluniacense.
Grazie alla spiccata personalità di abati quali Oddone, che
guidò l'ordine tra il 927 e il 942, e Maiolo, che ne fu guida
tra il 963 e il 994, Cluny divenne punto di riferimento del cristianesimo
in occidente6 . Il Cardinale Pier Damiani, che visitò Cluny
nel 1063, descrisse con entusiasmo e commozione il monastero e la
vita che si svolgeva al suo interno. Dalla sua relazione si legge
che il monastero si presentava austero malgrado la grandezza e che
i monaci erano sempre dediti alla preghiera, alla meditazione e
al lavoro . Con il passare del tempo, però, qualcosa cambiò
all'interno del monastero; innanzitutto vi penetrarono germi che
mal si conciliano con la vita monastica: la ricchezza e le lotte
di potere fra i monaci che ambivano a diventare abati. Erano, questi,
sintomi inquietanti: Cluny non ebbe più la stabilità
di una volta. L'ordine, arricchendosi e sfoggiando un lusso poco
conforme alla Regola benedettina a cui si ispirava, perdette poco
a poco i caratteri che gli avevano assicurato nella società
medioevale un posto particolare. Si comprende, quindi, come le persone
stanche della vita nel mondo cercarono rifugio altrove e non più
nelle abbazie cluniacensi. Agli inizi del XII° secolo il declino
dell'ordine cluniacense coincise con il conseguente proliferare
di altri ordini monastici. Il sud dell'Italia fin dalla metà
del X secolo divenne un centro propulsivo di spiritualità
monastica. Una vera tebaide, affermano gli storici. In questo periodo
nacque a Rossano San Nilo che nel 1004 fondò il Monastero
di Grottaferrata. Il Santo calabrese diventò punto di riferimento
di quanti, staccandosi dal mondo, volevano dedicarsi completamente
a Dio. Le comunità fondate da San Nilo contemperavano lo
stile di vita cenobitico ed eremitico. I monasteri erano formati
da cellette per uno o pochi monaci, i quali sovente si ritiravano
a vita completamente solitaria. Ci fu allora anche un rifiorire
di ordini religiosi che tentavano di restaurare i canoni propri
del monachesimo primitivo. Alcuni di questi nuovi ordini, accanto
alla preghiera, alla contemplazione e al lavoro intellettuale, accostarono
il lavoro manuale, in particolare il lavoro nei campi, che stanca
il corpo e lo mortifica. L'ordine che più di ogni altro ha
incarnato questa nuova apertura verso il monachesimo eremitico fu
quello dei Certosini di San Brunone di Colonia, canonico di Reims,
che fondò numerosi monasteri, chiamati certose, tra cui quella
di Serra San Bruno in Calabria, dove il Santo fondatore morì
nel 1101.
Durante il governo dell'abate commendatario Carlo Cioffi, giunse
nei territori del monastero di Santa Maria di Acquaformosa un gruppo
di profughi albanesi, fuggiti dalla loro patria per sottrarsi al
dominio dell'invasore turco. Questi albanesi non erano i soli che
in quel tempo vagavano per le terre del Regno di Napoli, insieme
a loro erano fuggiti dall'Albania intere comunità; prima
di loro altri avevano raggiunto le coste italiche, dopo di loro
altri emigreranno. Tutti gli albanesi ambivano a raggiungere un'unica
meta, la libertà .
L'Albania nel secolo XV Sopra
L'Albania del XV secolo costituiva strategicamente una regione cuscinetto
che la proponeva come teatro privilegiato degli scontri e delle
tensioni tra i principati minori della penisola balcanica e, soprattutto,
ne faceva una zona esposta a quella permanente contesa per l'egemonia,
che vedeva antagonisti storici l'impero turco e l'insieme degli
stati cristiani. I turchi, chiamati anche Ottomani, in onore del
loro primo grande condottiero Othaman, erano originari dell'altopiano
di Erzerum e, avendo ottenuto il permesso dal sultano d'Iconio,
si stabilirono in un piccolo territorio sulle rive del Sangario,
nella Turchia settentrionale. In cambio di ciò combattevano,
come mercenari, per il sultano. Quando verso la fine del XIII secolo
il sultanato cadde in mano ai mongoli, i turchi proclamarono la
loro indipendenza e sovranità. Di quel piccolo territorio
fecero la base di partenza per le loro conquiste. In breve tempo
arrivarono sulle sponde del Mar Nero e, quindi, attraverso l'Ellesponto
entrarono in contatto con le popolazioni dell'Europa sudorientale.
Allora l'Albania, come le altre regioni contigue, era divisa in
piccoli feudi: ciò facilitava non poco la progressiva avanzata
dei turchi. Infatti non riuscendo a coalizzarsi, i principi dei
feudi albanesi entravano in guerra solo quando il nemico minacciava
direttamente i loro confini. La maggior parte del territorio albanese
era governato da grandi e nobili famiglie i Dukagin, i Thopia, i
Balcha, gli Arianiti, i Musachi, gli Spata ed infine i Castriota.
Questi ultimi avevano la loro Capitale nella città di Croia,
altri centri importanti appartenenti al Principato erano Petrella,
Petralba , Stellusio, Sfetigrado. Tra la fine del XIV secolo e la
prima metà del XV a capo della famiglia dei Castriota c'era
Giovanni, che da sua moglie Voisava ebbe 9 figli, quattro maschi
e cinque femmine: Giorgio nacque a Mati tra il 1404 e il 14052.
Anche Giovanni Castriota, come tutti i feudatari albanesi, fu protagonista
di lunghe e sanguinose lotte contro i turchi. Durante una delle
guerre Giovanni Castriota fu costretto dagli invasori a cedere alcune
terre del suo principato e a dare in ostaggio i suoi quattro figli
maschi.
Skander-bey Sopra
Giorgio ed i suoi fratelli furono condotti alla corte di Murad II
ed educati alla religione musulmana. L'impegno e le attitudini militari
del giovane Giorgio attirarono le simpatie del sultano che lo fece
educare a corte, come un principe, e gli diede il nome di Skander-bey,
principe Alessandro. Durante la sua permanenza ad Adrianopoli, capitale
dell'impero turco, non si limitò a diventare un forte guerriero
e a studiare strategia e tattica militare sui libri, ma studiò
anche le lingue e imparò a parlare correntemente, oltre l'albanese
ed il turco, anche l'italiano, il greco e l'arabo A diciasette anni
era già ufficiale dell'esercito turco. A venti comandava
un corpo di cavalleria di circa 5.000 uomini. Durante questo periodo
sembra che Skander-bey non nutrisse una particolare attenzione per
il popolo albanese. Niente fa pensare che abbia vissuto con disagio
la sua lontananza dall'Albania, anzi la sua rapida carriera militare
fa pensare il contrario. Così mentre il padre combatteva
in patria contro i turchi, Skander-bey li serviva combattendo nell'Anatolia
a capo del formidabile ed organizzatissimo gruppo scelto dei Giannizzeri.
La ribellione di Skander-bey non fu improvvisa, nè avvenne
senza contraddizioni. Skander-bey era un guerriero e come tale conosceva
e rispettava le regole della guerra. Se gli albanesi combattevano
contro i turchi era fatale che molti di loro dovessero morire. Ciò
che fece maturare nel giovane Castriota la decisione di ribellarsi
a Murad II fu un fatto che toccò direttamente la sua famiglia.
Accadde che dopo la morte di suo padre, avvenuta tra il 1442 e il
1443 i superstiti possedimenti dei Castriota furono affidati ad
Hassan- bey. La madre di Skander-bey, fu esiliata insieme a sua
figlia Mamiza, e morì lontano dalla patria senza aver mai
rivisto il figlio. Questo fece mutare la condotta del guerriero.
Il suo desiderio di vendetta fu frenato dal calcolo militare: egli
aveva ben chiaro in mente che porsi contro Murad II significava
combattere fino alla fine, fino alla morte di uno dei due. L'occasione
propizia si presentò nel 1443 quando Murad II affidò
a Skander-bey e a Cara-bey un esercito di 20.000 uomini per combattere
contro l'esercito ungherese di Giovanni Hunyadi. Durante la battaglia
che si svolse vicino a Nish, il condottiero ungherese inflisse una
dura sconfitta all'esercito turco. Skander-bey, circondato da un
manipolo di fidati guerrieri, anch'essi dati in ostaggio ai turchi,
non reagì alla sconfitta, anzi si diresse verso l'Albania,
verso i feudi dei Castriota. Su questo atteggiamento di Skander-bey
gli storici hanno avanzato numerose ipotesi, secondo alcuni l'albanese
aveva preso accordi precedentemente con Hunyadi, secondo altri semplicemente
ordinò ai suoi uomini di non combattere. In tutte e due le
ipotesi c'è da supporre che il condottiero aveva studiato
ogni mossa. Infatti, dopo la battaglia il Castriota mise in pratica
la seconda parte del piano. Si fece rilasciare da un guardasigilli
di Murad II un ordine per il governatore di Croia affinchè
gli cedesse il comando della città. E' probabile che ottenne
l'ordine con l'astuzia, senza violenza, ma è certo che per
evitare qualsiasi intralcio uccise il dignitario turco. Con l'ordine
si diresse verso la sua patria. Il piano messo a fuoco presentava
una sola incognita: la reazione del popolo albanese. La paura del
guerriero si trasformò in gioia quando venne accolto con
grande entusiasmo dagli abitanti di Dibra. Queste popolazioni intuirono
che, Skander-bey, colui che era stato uno dei più grandi
capi dei loro nemici, poteva diventare Scanderbeg, il loro condottiero.
Inizia l'epopea di un condottiero che si meritò la fiducia
dei papi del suo tempo, i quali di volta in volta lo definirono
"principe cattolico", "difensore della fede",
"atleta di Cristo", e che gli stessi sultani turchi definirono
"la spada e lo scudo dei cristiani".
Scanderbeg Sopra
Trecento dibrani, i più forti, seguirono Scanderbeg per la
presa di Croia. Il governatore della città passò subito
le consegne a Scanderbeg, credendolo ancora ufficiale dell'esercito
turco. Appena dentro la città, egli fece entrare anche gli
albanesi che lo seguivano dalla battaglia di Nish e i dibrani che
lo avevano seguito. Presi alla sprovvista i turchi furono passati
per le armi, Croia ritornò nelle mani dei Castriota. Le gesta
del condottiero diedero maggior vigore agli albanesi, che mai si
erano arresi ai turchi. Riunito un esercito con l'aiuto dei feudatari
albanesi, tra cui Gino Musachio, Ghioca e Giorgio Balcha, Scanderbeg
riconquistò le fortezze che un tempo erano appartenute alla
sua famiglia: Petrella, Petralba, Stellusio e Sfetigrado. Una volta
rientrato nel possesso del suo feudo Scanderbeg iniziò una
vasta azione di riorganizzazione civile, ripristinando il vecchio
ordinamento, e militare, addestrando un piccolo esercito. I successi
nelle prime battaglie, vinte anche perchè i turchi furono
colti di sorpresa nel vedere Scanderbeg combattere contro di loro,
non crearono eccessiva euforia nel condottiero; che conosceva fin
troppo bene l'esercito turco, per pensare di affrontarlo da solo,
con i pochi uomini del suo principato. Fu per questo che pensò
ad una coalizione di tutto il popolo albanese. Non c'era tempo da
perdere, perchè nella primavera del 1444 si sparse la voce
che Murad II si stava preparando per l'attacco definitivo all'Albania.
Conosciuta questa notizia Scanderbeg decise di accelerare i tempi
e, superando pregiudizi e odi secolari, riuscì a riunire
tutti i più importanti regnanti d'Albania ad Alassio -- allora
possedimento di Venezia che era disposta a favorire qualsiasi azione
capace di combattere i turchi -- il 1° marzo del 1444. Tutti
i principi appoggiarono la proposta di costituire una coalizione
di tutto il popolo albanese, e si assunsero l'onere di contribuire
alla riuscita dell'impresa con denaro e con uomini. Nacque la Lega
dei principi albanesi a capo della quale fu chiamato Scanderbeg
a cui venne dato anche il comando dell'esercito. Scanderbeg si dedicò
con slancio al suo nuovo incarico, ed in quest'opera rivelò
tutto il suo estro militare. Come prima iniziativa fece un censimento
in tutta l'Albania per sapere quanti fossero gli uomini adatti alla
guerra, dopodichè creò un esercito nazionale, senza
l'ausilio di mercenari.
La guerra contro i turchi Sopra
La prima battaglia tra gli albanesi di Scanderbeg e i turchi si
svolse a Torviollo il 29 giugno 1444. Il piano strategico messo
a punto dal condottiero albanese era perfetto. Le sorti dello scontro,
però, erano incerte per almeno due motivi. Il primo motivo
riguardava l'esercito albanese, che per la prima volta si cimentava
in una battaglia campale, il secondo motivo di preoccupazione era
dato dalla pericolosa tendenza delle prime linee albanesi di non
ritirarsi mai, neanche se la tattica lo richiedeva. La tensione
scomparve quando, al cospetto dei turchi comandati da Alì
Pascià, gli albanesi eseguirono perfettamente le consegne.
All'esercito turco, composto da circa 25.000 uomini, furono inflitte
gravi perdite, 8.000 morirono in battaglia, 2.000 furono fatti prigionieri
. L'eco della vittoria si sparse per tutta l'Europa, molti regnanti
tirarono un sospiro di sollievo. L'Albania, insieme all' Ungheria
di re Ladislao e del condottiero Hunyadi, diventò l'estremo
baluardo contro i turchi. La vittoria ebbe effetti opposti tra i
principi albanesi, che assecondarono maggiormente Scanderbeg, e
tra i turchi, che cominciarono a temere l'esercito albanese. Murad
II che conosceva molto bene il valore e l'ingegno di Scanderbeg,
facendo leva anche sull'affetto che un tempo l'albanese nutriva
nei suoi confronti, gli offri la pace, insieme ai territori che
un tempo appartenevano ai Castriota e che ora erano di nuovo in
mano sua. Scanderbeg non solo non accettò l'offerta, ma addirittura
invitò Murad II ad abbandonare la religione musulmana e ad
abbracciare quella cristiana. Appena l'ambasciatore turco ripartì,
Scanderbeg radunò i suoi soldati e confidò loro che,
dopo aver letto quella lettera, Murad II° avrebbe rivolto contro
l'Albania forze ancora maggiori. Così avvenne: per il popolo
albanese iniziarono decenni di lotte contro un nemico che poteva
disporre di un esercito sempre più numeroso. Numerose sono
le battaglie vinte dagli albanesi, pochissime le defezioni. Durante
questa guerra interminabile Scanderbeg cercò sempre di mantenere
buoni rapporti con l'occidente, soprattutto con Venezia, lo Stato
pontifico e il Regno di Napoli.
Scanderbeg nel Regno di Napoli Sopra
Grande alleato di Scanderbeg fu Alfonso V d'Aragona, re di Napoli.
L'amicizia che li legava si basava su una solida alleanza politica
e militare. Quando il re mori nel 1458 il suo regno fu diviso tra
suo figlio Ferrante, che assunse il trono del Regno di Napoli ,
e suo fratello, il re di Navarra, che prese possesso della Sicilia.
Ma il passaggio non fu indolore: il Regno di Napoli era appetito
dallo stesso sovrano di Navarra e dal papa Callisto III, che voleva
donarlo a suo nipote Pietro Luigi Borgia. A questi si aggiunsero
altri pretendenti dall'Italia e dalla vicina Francia. Neanche la
morte di Callisto III e la salita al soglio pontificio di Pio II,
che non nutriva nessun interesse per il Regno di Napoli, fu sufficiente
ad attenuare la tensione. Le cose precipitarono quando marciò
sul Regno di Napoli Giovanni d'Angiò. Re Ferrante chiese
aiuto al papa ed agli Sforza di Milano. Ma l'esercito papale fu
sconfitto dagli angioini. Lo stesso Re Ferrante fu chiuso in assedio
a Barletta. Quando tutto sembrava perduto, al re partenopeo giunse
un aiuto insperato: Scanderbeg. Era il 1460 e l'Albania godeva di
un momento di relativa calma, susseguente al trattato di pace stipulato
fra Maometto II, figlio e successore di Murad II, e Scanderbeg.
Sicuro che il suo popolo non correva pericoli immediati, il condottiero
albanese con un esercito scelto salpò alla volta dell'Italia.
Quando giunse a Barletta gli assedianti arretrarono la linea di
sbarramento e permisero al re Ferrante di riprendere la lotta. I
due contendenti si scontrarono ad Orsara, dove gli eserciti di re
Ferrante e di Scanderbeg sconfissero quello angioino. In segno di
riconoscenza re Ferrante concesse a Scanderbeg i feudi di Monte
Sant'Angelo e di San Giovanni Rotondo.
Riprende la guerra contro i turchi Sopra
Intanto Maometto II aveva ripreso con maggior vigore la sua offensiva
contro l'Occidente. Conquistò tutte le isole del Mediterraneo
Orientale, la Bosnia, e minacciava direttamente Venezia. Papa Pio
II, temendo l'invasione islamica, dapprima tentò di convertire
il sultano, poi, una volta fallita l'azione, decise di organizzare
una crociata per difendere il cristianesimo dall'invasione musulmana.
I cardini di questa crociata furono nuovamente l'Albania e l'Ungheria.
Scanderbeg, anche contro il volere dei suoi principi, riaprì
le ostilità contro Maometto II, temendo che il sultano, dopo
aver conquistato le altre regioni dei balcani, avrebbe rivolto le
sue forze contro l'Albania. Le azioni di guerra non tardarono a
riprendere e ad Ocrida si consumò una nuova dura sconfitta
per l'impero turco. La nuova crociata sembrava essere nata sotto
i migliori auspici. Ma l'euforia durò poco, infatti il 14
agosto 1464 morì papa Pio II, e con lui svanì anche
il progetto della grande crociata. Ormai l'idea di una guerra di
religione non attirava più i regnanti europei, i quali volevano
bensì combattere i turchi, ma solo per necessità politiche
e mercantili. Scanderbeg rimase nuovamente solo contro il suo nemico;
Maometto II organizzò nuove offensive contro l'odiato albanese.
La prima fu condotta da Balaban, un albanese figlio di un servo
del padre di Scanderbeg. Anche lui, un tempo dato in ostaggio ai
turchi, divenne il più grande generale di Maometto II. Alla
testa di un esercito di 18.000 uomini si scontrò con l'esercito
albanese nella pianura di Valcalla. I 5.000 uomini di Scanderbeg
inflissero una nuova sconfitta all'esercito nemico, ma durante questa
battaglia accadde un fatto da sempre temuto da Scanderbeg: infatti
la prima linea del suo esercito, non rispettando gli ordini, inseguì
l'esercito di Balaban e cadde in una trappola da questi tesa. Furono
fatti prigionieri alcuni fra i più valorosi guerrieri d'Albania,
mai vittoria, per Scanderbeg, fu tanto triste. Per tentare di liberare
i suoi valorosi soldati, Scanderbeg inviò un ambasciatore
a Costantinopoli, che era stata conquistata da Maometto II nel 1453,
e poi diventata la capitale dell'impero turco, per offrire qualsiasi
cifra in cambio della liberazione dei prigionieri. Maometto II non
accettò, anzi li fece torturare e uccidere. La notizia giunse
in Albania e sconvolse tutto il popolo. Scanderbeg in preda all'ira
uccise con le sue mani tutti i prigionieri turchi, decapitandoli
con la sua spada. Intanto Balaban, sperando di vincere l'esercito
albanese, organizzò un'altra invasione dell'Albania, e poi
un'altra ancora, ma sempre con gli stessi risultati negativi. Dopo
queste sconfitte, lo stesso Maometto II si mise a capo del suo potente
esercito. Non esistono notizie storiche certe sulla consistenza
numerica dell'esercito turco: qualcuno parla di almeno 150.000 uomini,
altri di 200.000 e anche di 300.000 uomini. Il piano di Maometto
era semplice e preciso: espugnare Croia. Scanderbeg che aveva previsto
ciò, mise a punto una contromossa altrettanto semplice e
dai risultati molto efficaci. Divise i suoi uomini in due reparti,
il primo di 4.000 unità, con a capo Tanusio Thopia, venne
schierato all'interno delle mura di Croia con il compito di difendere
la città. Scanderbeg con un altro drappello di valorosi si
appostò sul vicino monte Tomorischta con il compito di colpire
l'esercito di Maometto II con rapide ed improvvise azioni di guerriglia.
Il piano di Scanderbeg funzionò perfettamente. Maometto II
si rese conto della difficoltà di prendere Croia con un attacco
diretto, ordinò, quindi, a Balaban di cingere d'assedio la
città con metà dell'esercito, mentre lui stesso si
mise alla testa degli altri uomini: avrebbe portato la guerra nelle
altre regioni albanesi. Così avvenne e Maometto II procurò
danni e lutti ovunque passò. Intanto Balaban cingeva d'assedio
Croia in modo ferreo. Tutt'intorno la città costruì
fortini, trincee e fortificazioni di ogni tipo. Scanderbeg dal canto
suo, visto come si erano organizzati gli assedianti, reputò
non vantaggiosi gli attacchi che tanti suoi successi gli avevano
procurato. Una battaglia in campo aperto era da escludere, perchè
egli non disponeva di un esercito adeguato. L'unica via di salvezza
potevano essere aiuti che sarebbero dovuti venire dai paesi amici
dell'Albania. Fu così che con alcuni amici fidati partì
per Roma. Arrivò nella città eterna nel dicembre del
1466. Papa Paolo II gli donò un elmo ed una spada benedetta
e 3.000 ducati; altri aiuti gli vennero da Napoli e da Venezia.
Tornò in Albania e riuscì a formare un esercito di
13.000 uomini, sufficienti per scontrarsi con i turchi. Lo scontro
fu cruento, i turchi colti di sorpresa furono sbaragliati; lo stesso
Balaban trovò la morte. Reso ancor più furioso da
questi ultimi avvenimenti, Maometto II nella primavera del 1467
ancora una volta si pose a capo di un grande esercito e mosse verso
l'Albania. Giunse fino a Croia praticamente senza alcuna resistenza,
ma qui trovò l'accoglienza solita; demoralizzato, fece ritorno
a Costantinopoli. Approfittando del ritiro di Maometto, Scanderbeg
liberò tutti i territori ancora in mano al nemico. Temendo
nuovi attacchi, Scanderbeg chiese un nuovo incontro di tutti i principi
albanesi, nuovamente ad Alessio, per rinvigorire la Lega dei Principi.
Ma non riuscì nel suo intento, perchè si ammalò
gravemente. Il grande guerriero che aveva vinto mille battaglie
contro i turchi, nulla potè contro la malattia, probabilmente
la malaria. Intanto i turchi nell'inverno tra il 1467 e il 1468
sferrarono un nuovo attacco a Croia. Scanderbeg ebbe un ultimo sussulto,
volle la sua armatura, ma, appena indossatala cadde a terra privo
di forze. Il 17 gennaio 1468 morì l'eroe albanese, ma anche
l'eroe di tutto l'Occidente, il braccio armato del cattolicesimo,
che contribui ad impedire la colonizzazione islamica dell'Europa.
Anche dopo la morte del loro condottiero gli albanesi resistettero
al turco per oltre un decennio, poi, quando il nemico prese il sopravvento,
molti albanesi, piuttosto che cadere prigionieri nelle mani dei
turchi, lasciarono la loro patria per cercare ospitalità
nelle vicine terre italiane.
Le emigrazioni verso l'Italia Sopra
Le emigrazioni che portarono gli albanesi dalla loro terra verso
l'Italia furono numerose. La ricerca storica sull'argomento non
permette di affermare con certezza le date dei vari spostamenti
e delle primissime vicende degli esuli albanesi in terra italiana.
In base ai documenti di cui si dispone, si sa che passaggi di gruppi
sporadici hanno avuto luogo anche prima dell'invasione turca, e
precisamente nel 1272, nel 1388 e nel 1393 . La tradizione storiografica
concorda nel datare a metà del secolo XV l'inizio di consistenti
flussi migratori dai Balcani verso l'Italia e soprattutto verso
le provincie del Regno di Napoli. E' probabile la presenza di nuclei
armati albanesi, assoldati dal re Alfonso per controllare le sommosse
del rinnovato Regno di Napoli, sin dal 1444. Nel 1448 Alfonso I
d'Aragona, re di Napoli, volendo domare le rivolte scoppiate in
Calabria, nel crotonese, ad opera del marchese Antonio Centelles,
chiamò in aiuto i suoi alleati albanesi "che avevano
fama di valore" . Questi, con a capo il capitano di ventura
Demetrio Reres, giunsero in Italia ed in breve tempo domarono la
rivolta ripristinando la signoria del re di Napoli su quelle contrade.
Come segno di riconoscenza per l'aiuto prestato, Demetrio Reres
fu nominato governatore di quella regione. Qui si stanziarono le
truppe albanesi che fondarono i paesi di Amato, Andali, Aieta, Casalnuovo,
Vena, Zagarona e Carafa. Ai due figli di Reres, Giorgio e Basilio,
furono concesse delle terre in Sicilia, affinchè le presidiassero
contro le temute scorrerie francesi. Si stabilirono nei territori
dell'illustre casa Cardona-Peralta, nelle proprietà dei canonici
di San Giovanni degli Eremiti e in quelle del monastero di Fossanova,
fondando rispettivamente, in prossimità delle rovine di antichissimi
casali, Contessa Entellina, Mezzojuso e Palazzo Adriano. Un altro
gruppo si stabilì nei territori del feudo dell'Arcivescovo
di Monreale e fondò l'odierna Piana degli Albanesi . Altri
albanesi si erano stabiliti nelle Puglie, nei territori che re Ferrante
aveva donato a Scanderbeg nel 1461; in quelle terre fondarono i
paesi di Faggiano, Martignano, Monteparano, Roccaforzata, San Giorgio,
San Martino, San Marzano, Sternatia, Zollino, Chieuti, Casalnuovo,
Caslvecchio, Campomarino, San Paolo, Portocannone. Più tardi,
verso il 1470, si stabilirono a Santa Croce di Magliano, e solo
nel 1540 fu fondata Ururi, oggi in provincia di Campobasso . Il
grande esodo avvenne tra il 1468 e il 1479 . Con la caduta di Croia,
Alessio e Scutari (1478-1479) l'Albania perde la libertà,
e diventa dominio dei turchi che, eserciteranno il loro potere fino
al 1912.Fu lo stesso Scanderbeg, in punto di morte, ad invitare
suo figlio Giovanni a lasciare l'Albania e a rifugiarsi nei suoi
possedimenti pugliesi, da dove, una volta raggiunta la maggiore
età avrebbe dovuto tentare di riconquistare l'Albania. Secondo
Kol Kamsi10 Giovanni e sua madre Donica espatriarono non prima del
1474 e si rifugiarono nelle Puglie tra il 1476 e il 1479. Giovanni
cercò di mantener fede alla promessa fatta al padre ed organizzò
una spedizione contro i turchi. Sopraffatto, però, dallo
strapotere nemico si ritirò in Puglia dove sposò la
figlia del despota di Serbia Brancovich. Dal matrimonio nacque Costantino,
vescovo di Isernia, Giorgio Maria e Ferrante, che a sua volta fu
il padre di Irina Scanderbeg, che sposò Pietro Antonio Sanseverino
principe di Bisignano. Assieme a Giovanni o, comunque, in quello
stesso periodo molte altre comunità albanesi approdarono
in Italia, "le più nobili se ne andarono al regno di
Napoli" . Se fossero o meno i più nobili, la storia
non ci ha tramandato notizia certa, vero è che nel Regno
di Napoli trovarono approdo il maggior numero di espatriati. In
Calabria si stabilì la colonia più consistente e qui
vennero fondati il maggior numero di casali. I motivi che determinarono
la generosa ospitalità offerta ai profughi albanesi furono
molteplici, innanzittutto l'amicizia che legava Scanderbeg e il
suo popolo ai governanti del Regno, accanto a ciò ci furono
motivi politici, economici e sociali. Nel Regno di Napoli permaneva
un'organizzazione politica di tipo feudale, caratterizzata dal latifondo
sfruttato da colture estensive scarsamente produttive e che richiedeva
grandi quantità di mano d'opera. Questo tipo di organizzazione,
abbandonata nelle altre parti d'Italia dove si era andato affermando
un processo di ammodernamento agrario, provocava la crisi economica
e sociale che attanagliava il Regno di Napoli in generale e la Calabria
in particolare. Fiaccata dalle lotte tra angioini e aragonesi nell'ultimo
quarto del secolo XV, la Calabria presentava vivi segni di decadenza
civile ed economica, a cui non erano estranee cause di ordine naturale,
come la pestilenza ed il degrado delle contrade, con relativo spopolamento,
dovuto alla recrudescenza del paludismo, originato a sua volta dall'intensificazione
dei disboscamenti per vendita di legna, con conseguenti frane e
alluvioni. A completare il quadro desolante del mezzogiorno d'Italia,
non di rado si dovevano registrare grandi scosse di terremoto, come
quello disastroso che nel 1456 provocò gravi danni e migliaia
di vittime. I feudatari locali, in particolar modo, il Principe
di Bisignano e i Domenicani di Altomonte accolsero le colonie albanesi
facilitandone il loro stanziamento. In questo modo vennero ripopolati
casali semiabbandonati o completamente deserti e venne favorita
la nascita di nuovi. Risalgono a questo periodo le nascite dei casali
di San Demetrio, Macchia, San Cosmo, San Giorgio, Vaccarizzo e Spezzano.
Poco più tardi altri profughi fondarono i casali di Plataci,
Castroregio, Civita, Porcile (oggi Ejanina), Frascineto, Acquaformosa,
Lungro, Firmo, San Basile, Cavallerizzo, Cerzeto, San Giacomo, San
Martino di Finita, Farneta, Mongrassano, San Benedetto Ullano, Marri,
Falconara Albanese ed altri ancora. E' certo che la costituzione
delle comunità albanesi, in senso proprio, non è avvenuta
d'un colpo, con uno spostamento netto e definitivo, ma è
il risultato di un lungo e tormentato processo, che comprende passaggi
senza stanziamento attraverso centri diversi, rapido insorgere e
rapido deperire di agglomerati provvisori, assorbimento in comunità
indigene di stanziamenti albanesi minoritari. Solo gradatamente
vengono alla luce comunità albanesi con una propria identità.
E' facile notare come gli albanesi fuggiti dalla loro patria non
abbiano costruito i loro casali vicini l'un l'altro, bensì
in luoghi tra loro discontinui e decentrati. Diverse sono le congetture
relative al perchè di questa distribuzione degli stanziamenti
. L'ipotesi più probabile è che essi dovettero abbandonare
le coste perchè allora erano infestate dalla malaria e perchè
quelle zone erano spesso teatro di razzie da parte dei pirati saraceni.
Dopodiché si inoltrarono nell'interno continentale e si arroccarono,
generalmente, in luoghi montagnosi, spesso impervi, ma dove trovavano
spazio di vita. Sparsi in questo territorio vennero accolti dai
feudatari, secondo gli usi ed i costumi vigenti, in condizioni di
vassallaggio. Anche dopo essersi insediati gli albanesi mal sopportavano
la prepotenza baronale e, se subivano un torto o anche per non sottostare
alle imposizioni fiscali (in particolar modo il focatico, la tassa
di famiglia), bruciavano i loro pagliai e prendevano le strade di
altre terre . Girolamo Marafioti nel 1601, a proposito delle abitazioni
degli albanesi diceva: "... non tengono case fabricate ma tugurij
pastorali, e capanne di tavole". Solo tra la fine del 1500
e gli inizi del 1600 si possono contare un certo numero di comunità
albanesi con una propria stabilità ed una specifica identità
etnica e religiosa.
Gli albanesi in terra di Calabria Sopra
Quindi senza denaro, senza protezione, e senza incoraggiamento,
come potevano coltivare i terreni, abbracciare le arti ? Questa
domanda si poneva nel secolo scorso Angelo Masci. Ed infatti gli
esuli arrecarono non pochi problemi di ordine pubblico ai governanti
di quel tempo. La questione posta dal Masci era un tentativo di
confutare le posizioni di chi considerava gli albanesi gente d'armi,
refrattari ad ogni imposizione, alla ricerca della libertà
ad ogni costo, anarchici talvolta. In battaglia, come si è
visto, l'albanese non aveva rivali, lo storico Baldacci riprendendo
un testo del 1308 così fotografava la gente albanese: "L'Albania
ha uomini bellicosi, sono infatti ottimi cavalieri e lancieri. Hanno
gli occhi con una pupilla che gli consente di veder meglio la notte
che il giorno". Questa reputazione gli albanesi la portarono
anche nel Regno di Napoli. Carlo Maria Occaso nel secolo scorso
così descriveva gli albanesi stanziatisi in terra di Calabria:
"Semi-barbari, cattivi agricoltori, con linguaggio diverso,
tenacissimi dei loro riti e costumi, non poterono affratellarsi
con gli altri antichi abitanti, e spesso fra individui e individui
delle diverse nazioni sorgevano sanguinarie risse. Non conoscevano
differenze di ceti, e tutti raccolti in tuguri di paglia esercitavano
la pastorizia. Bentosto si diedero al ladroneggio e, disertando
le campagne e aggredendo le persone, si resero un vero flagello,
talchè si vide il bisogno di implorare soccorso dalle autorità
superiori". Infatti nel 1509 la città di Cosenza scrisse
ad Ugo Moncada, governatore della Calabria e luogotenente del re
Cattolico, una lettera dal tono seguente: "Li albanesi greci
et schiavoni quali habitano per li burghi, casali et lochi aperti
del regno fanno molti furti e arrobi V.S.I. provveda, che tutti
intrino ad habitare dentro le terre murate e per nullo tempo possano
habitare fora d'esse terre". L'amministrazione vicereale fu
inflessibile, non consenti che gli albanesi facessero vita nomade
e intimò loro di ritirarsi in terre murate. Per reprimere
poi il brigantaggio da essi praticato, nel 1564 decretò che
nessun albanese potesse andar a cavallo con selle, briglia, speroni
e staffe, nè che potesse portare armi, sotto la pena di cinque
anni di galera . Altri bandi vietarono agli albanesi anche di potersi
recare nelle città con i loro cappelli tradizionali. Queste
misure restrittive da un lato arginarono i fenomeni di brigantaggio,
di cui si erano resi colpevoli gli albanesi, dall'altro crearono
delle isole razziali impermeabili alle influenze esterne. In questo
modo gli albanesi mantennero i loro usi, i loro costumi, la loro
lingua, il loro rito fino ad oggi.
|